Parkinson

Il Parkinson può avere origine nell’intestino: uno studio americano dimostra infatti l’esistenza di un collegamento tra la malattia neurodegenerativa e il microbioma intestinale. La ricerca pubblicata sulla rivista Cell, potrebbe portare a sviluppare nuove terapie con probiotici o prebiotici. In Italia sono 230 mila le persone colpite dalla patologia, pari all’1-2% degli over 60 anni e al 3-5% degli ultra 85enni.

“Per la prima volta abbiamo scoperto un nesso biologico tra il microbioma intestinale e la malattia di Parkinson. La ricerca – spiega Sarkis Mazmanian, tra gli autori dello studio e professore del California Institute of Technology – rivela che una malattia neurodegenerativa può avere origine nell’intestino e non solo nel cervello, come si pensava in precedenza. La scoperta rappresenta un cambio di paradigma e apre a nuove possibilità di trattamento”.
Gli scienziati hanno lavorato su topi geneticamente modificati per il Parkinson, dividendoli in due gruppi: il primo cresciuto in ambiente sterile, il secondo in condizioni normali. I primi roditori hanno mostrato minori deficit motori e un accumulo ridotto di proteine malformate rispetto ai topi cresciuti in ambiente normale, e un trattamento a base di antibiotici su questi ultimi ha dato effetti simili a quelli riscontrati nei topi cresciuti in ambiente sterile. Al contrario, i topi del primo gruppo hanno registrato peggioramenti nei sintomi se sottoposti a un trattamento a base di acidi grassi a catena corta, o a trapianti fecali (ripristino dell’equilibrio microbico con l’introduzione di un microbiota in salute prelevato da feci di un donatore sano) da parte di pazienti affetti da Parkinson. Esiste inoltre un fattore genetico nel potenziale sviluppo della patologia: i ricercatori hanno usato un modello animale geneticamente modificato che replica i sintomi del Parkinson e i topi non predisposti alla malattia, una volta sottoposti allo stesso trapianto fecale, non hanno sviluppato gli stessi deficit motori.

La conclusione del team di ricerca è che esisterebbe un’influenza negativa diretta da parte del microbioma intestinale nell’esacerbare i sintomi del Parkinson, con la creazione di un ambiente favorevole all’accumulo di proteine anomale. Dall’altra parte, secondo i ricercatori le terapie probiotiche o prebiotiche potrebbero alleviare i sintomi. La prossima sfida sarà identificare le specie batteriche che contribuiscono all’insorgenza della malattia o a un aggravamento dei suoi sintomi e quelle che invece svolgono un’azione protettiva.
“Una simile scoperta – aggiunge Mazmanian – potrebbe servire da marker diagnostico per la malattia o fornire nuovi obiettivi per lo sviluppo di farmaci specifici. Portare questo lavoro dagli animali agli esseri umani richiederà anni”, precisa lo scienziato. “Ma è un primo passo avanti importante verso l’obiettivo a lungo termine: sfruttare le conoscenze che abbiamo acquisito e aiutare ad alleggerire il peso clinico, economico e sociale della malattia di Parkinson”.

Il filone di ricerca che indaga su microbioma e malattie neurodegenerative viene portato avanti anche in Italia. “Anche noi abbiamo iniziato un progetto di studio del microbiota intestinale. Vi sono indicazioni – sottolinea Fabrizio Stocchi, neurologo e direttore del Centro Parkinson dell’Irccs San Raffaele di Roma – che il microbiota presenta alterazioni caratteristiche nei pazienti parkinsoniani e sappiamo che la proteina responsabile della morte cellulare nel cervello, l’alfasinucleina, si trova anche nell’intestino di questi pazienti. L’alterazione del microbiota favorirebbe l’ingresso dell’alfasinucleina nel cervello, iniziando il processo patologico che porta poi allo sviluppo della malattia. Lo studio statunitense supporta questa ipotesi e incoraggia la prosecuzione della ricerca”.