Alzheimer

La ricerca condotta dalla McMaster University di Hamilton (Ontario, Canada) condotta su dei topi ha evidenziato l’efficacia del composto contro la degenerazione cerebrale. Ma questa è solo l’ultimo di altri test condotti contro le malattie neurodegenerative utilizzando formulazioni vitaminiche.

Un po’ di vitamina B, C, D, acido folico, tè verde e olio di fegato di merluzzo. Una ricetta che viene dal Canada e che aiuta a prevenire o addirittura a curare l’invecchiamento del cervello. Lo studio, pubblicato su Environmental and molecular mutagenesis, ha sperimentato questo mix di vitamine su dei topi affetti da una forma gravissima di declino cognitivo, molto simile al morbo di Alzheimer e che ha fatto loro perdere, entro il primo anno di vita, circa metà dei neuroni del loro cervello. I risultati si sono visti. Il trattamento “ringiovanente”, somministrato quotidianamente per alcuni mesi ha evidenziato una riduzione della neurodegenerazione. I topolini hanno recuperato le funzioni cognitive, la vista e le abilità motorie. “I risultati sono impressionanti – ha affermato l’autrice del lavoro Jennifer Lemon del dipartimento di biologia della McMaster University di Hamilton – la nostra speranza è che questo integratore possa un giorno contrastare alcune malattie veramente gravi e migliorare la qualità della vita”.

La formulazione era già stata messa a punto dal team nel 2000, ma la ricerca ha avuto bisogno di ulteriori conferme nel corso dell’ultimo decennio. Infine ecco i risultati che potrebbero aprire nuove vie alla cura delle malattie neurodegenerative come l’Alzheimer.

L’idea di utilizzare un cocktail vitaminico non è comunque nuova. Su Alzheimer’s and Dementia qualche anno fa è stato pubblicato uno studio molto simile. In quel caso il mix vitaminico era composto da uridina, colina e un acido grasso, il Dha, con una “spruzzatina” di vitamine del gruppo B, fosfolipidi e antiossidanti. In quel caso però, l’esperimento condotto dal Centro Alzheimer dell’università di Amsterdam ha coinvolto 225 pazienti umani. Stando ai risultati, il 40% di chi ha bevuto il cocktail ha visto migliorare la performance nei test di memoria verbale. Nessun effetto, invece, nei test che misuravano abilità più generali e non strettamente cognitive. L’efficacia del cocktail olandese agiva soprattutto sulle sinapsi, ovvero i punti di contatto attraverso cui le cellule celebrali comunicano tra di loro. L’obiettivo, grazie alle sostanze come uridina e colina, era quello di portare alla formazioni di un maggior numero di sinapsi e ridurre la perdita delle abilità cognitive.