Kobe Bryant

“Caro basket, dal momento in cui ho cominciato ad arrotolare i calzini di mio padre e a lanciare immaginari tiri della vittoria nel Great Western Forum, ho saputo che una cosa era reale: mi ero innamorato di te.”

La passione di Kobe Bryant per la pallacanestro nasce quando era bambino: inizia a palleggiare a soli tre anni, complice anche l’essere figlio d’arte. E’ con il padre Joe Bryant che si sposta in Italia, dove vive, studia e muove i primi passi sul parquet.

Considerato una delle grandi stelle del basket, Kobe è stato uno dei più grandi atleti della nostra epoca. Molti lo hanno definito e lo considerano l’erede di Micheal Jordan, non solo perché giocavano nello stesso ruolo, ma anche perché, parlando di tempistiche, Kobe Bryant è approdato nei Lakers nel momento in cui Jordan era arrivato alla fine della sua carriera. 

Air Jordan si ritira nel ’98 (anche se tornerà per un’ultima stagione di commiato nel 2002) e, soli due anni prima, Kobe aveva iniziato la sua carriera. Da Jordan Bryant prende molto, ne studia la tecnica ed ancora di più condivide con lui la mentalità. Quel “killer instinct”, il cui unico scopo era “vincere”, che lo caratterizzerà per tutta la carriera.

La Mamba Attitude

Kobe Bryant è stato una leggenda del basket, anche grazie al suo carattere difficile, determinato e fortemente competitivo. 

Il rapporto con i colleghi ed in primis i compagni di squadra, è sempre stato caratterizzato da una comunicazione dura e poco empatica. Kobe, o lo si amava o lo si odiava a livello sportivo. O ora l’avversario da battere e superare o era l’idolo da emulare. 

Giocavamo contro Utah, in una serie di partite lontano da casa. Non fui abbastanza rapido a leggere una situazione di pick and roll e la palla mi scappò dalle mani perché non ero pronto. Chiesi scusa a Kobe che mi aveva fatto il passaggio e lui mi disse di non preoccuparmi e di stare concentrato. La sera, in albergo, stavo per prendere sonno quando sentii bussare alla porta della camera. Entrò Kobe con un iPad su cui aveva messo la registrazione della partita e mi fece rivedere quel pick and roll sbagliato per dieci volte di seguito.

Marcelo Huertas

Kobe Bryant: ossessione e passione 1

L’ossessione

La parola che più si addice a Kobe Bryant è senz’altro “ossessione”. E’ l’ossessione infatti che porta The Black Mamba nell’Olimpo dei cestisti. 

Kobe Bryant nasce a Filadelfia, in una famiglia agiata, con un background sportivo di grande rilievo, eppure non è baciato dal talento: non era il più forte, non aveva una innata capacità al gioco. Si è costruito la sua grandezza, con un’ossessione quasi maniacale, con precisione, con fatica e con grandi sacrifici. 

Sono tanti gli aneddoti che riassumono quanto grande fosse la determinazione di Kobe Bryant ad essere il migliore, a vincere sempre e comunque. 

E’ quel giocatore che ha imparato a tirare con la mano sinistra quando si era fratturato quella destra, quello che testava la cognizione tattica dei compagni di squadra durante i timeout. Era il Kobe Bryant che dispensava consigli a bordo campo, che coltivava il suo ego enorme e che credeva in se stesso più di ogni altro. 

Era il Kobe che giocava con quella sana arroganza e cattiveria sportiva che fa vincere solo i grandi. 

Un giorno sono entrato in palestra e Kobe stava tirando dal gomito dell’area. Gli ho chiesto “da quanto sei qui?” e lui mi ha risposto “da venti minuti”. Anche a me andava di fare un po’ di tiro e gli ho chiesto se gli andasse di fare una gara. “Non posso” mi rispose “ho appena iniziato con questo tiro”. Gli chiesi se da venti minuti stesse tirando dallo stesso gomito dell’area e mi rispose di sì. “Torna fra 40 minuti, per allora dovrei avere finito”. Me ne andai, ma non volevo credere che una persona potesse tirare per un’ora intera dalla stessa, noiosissima posizione, così tornai 35 minuti dopo e lui era ancora lì. Da 55 minuti tirava dalla stessa identica inutile posizione senza neppure muovere i piedi

Jamal Crawford

Il lascito di Black Mamba

E’ questa dedizione, questa passione sfrenata che è sfociata nell’ossessione ad averlo reso uno dei più grandi giocatori di basket di tutti i tempi, che lo ha reso il Black Mamba che tutti ammiravano e continueranno ad emulare.

Quello che Kobe Bryant ha lasciato al mondo dello Sport non è solo la sua Mamba Mentality; è la sua capacità di credere in se stesso fino a diventare un re del basket. L’impulso a dedicarsi ossessivamente, con devozione assoluta, ad una passione, a perfezionarsi e migliorarsi costantemente.

La palla continuerà a far muovere il canestro, a rimbalzare sul ferro. Le vittorie torneranno e svaniranno, ma il gioco di Kobe Bryant è per sempre.